“Ho sempre chiesto di fare investimenti poco rischiosi”. È piuttosto frequente che il nuovo Cliente si presenti dicendo questa frase o altre simili. Esprime così una aspirazione ben legittima e molto diffusa. Nello stesso tempo chiede però una analisi dei propri investimenti, evidentemente sospettando di non aver ottenuto, da banche e promotori, quanto desidera.
Ovviamente non sempre l’analisi mostra rischi eccessivi. Magari rileva investimenti poco redditizi – perché i costi nascosti sono elevati – ma i rischi risultano contenuti.
È però vero che oggi identificare le fonti di rischio è più difficile. Lo è perché l’intero sistema finanziario internazionale opera in condizioni diverse da quelle che hanno caratterizzato il lungo periodo dal dopoguerra alla crisi del 2008. Perciò i riferimenti che si sono consolidati nella percezione degli investitori non sono più ugualmente validi.
Tra tutte le cose che sono cambiate, una è molto semplice: l’intero comparto obbligazionario – fuor di gergo finanziario, tutti i titoli di stato e tutte le obbligazioni – non può più essere considerato fonte di rendimenti sicuri, bassi magari, ma sicuri.
Spinti da otto anni di acquisti da parte delle banche centrali, i prezzi delle obbligazioni hanno ulteriormente allungato un già pluridecennale e consistente trend al rialzo, giungendo a livelli eccezionali. E manifestano ora segnali non trascurabili di possibile inversione di tendenza.
Valga ad esempio il grafico che segue: rappresenta l’andamento del future sul titolo di stato decennale USA dall’82 ad oggi (per una lettura più chiara lo possiamo inviare per e-mail a chi ne faccia richiesta).

Si può vedere sia il forte rialzo complessivo, sia come i massimi del 2012 non siano stati più superati (ampio doppio massimo), sia come l’indice sia tornato presso le medie mobili decennali, in una situazione che almeno in un caso passato si è sviluppata in un crollo. Ovviamente non è la sola analisi tecnica a far pensare: lo è anche la politica della Fed e tutto il contesto che la circonda.
Non si può rispondere a queste considerazioni dicendo semplicemente “se tengo i titoli fino a scadenza il rendimento è garantito”. Potrebbe infatti essere necessario vendere prima, o perché i soldi servono o perché l’emittente inizia a far paura …
Né “ho sottoscritto una gestione separata, i rendimenti positivi sono assicurati”. Anche senza ipotizzare che una grave crisi dei prezzi delle obbligazioni metta a repentaglio la solvibilità delle gestioni separate, un ciclo di calo dei prezzi obbligazionari è verosimilmente un ciclo di elevata inflazione e il valore reale degli investimenti ne risentirebbe parecchio.
È l’inflazione infatti la seconda importante novità del momento. È presto per dire se il suo ritorno – negli USA è da poco balzata ben oltre il target del 2% – sarà confermato da ulteriori rilevazioni e diverrà un dato stabile, ma l’ipotesi non è peregrina.
Trend calante dei prezzi e inflazione elevata sono nemici di tutti quei portafogli di investimento dove i titoli obbligazionari costituiscono la parte preponderante: i portafogli prudenti, appunto. Il fatto che siano detenuti indirettamente, ad esempio per il tramite di fondi e polizze, potrebbe importare ben poco o essere addirittura controproducente.
È necessario perciò, anche agli investitori prudenti, un approccio attivo nella gestione. E sarà opportuno prendere in considerazione l’utilizzo controllato di classi di attivo che chi è avverso al rischio finora non ha frequentato.

