I Piani Individuali di Risparmio saranno il prodotto più proposto nei prossimi mesi da molte reti di vendita e da molte banche. Creati per orientare i risparmi degli italiani verso le imprese italiane, anche quelle di dimensioni medie o piccole – fatto in sé positivo – sono caratterizzati da un incentivo fiscale.
Molto è già stato scritto negli ultimi mesi riguardo alle loro caratteristiche, in modo più o meno approfondito e preciso. Con una lunga ricerca abbiamo selezionato, tra quelle disponibili sul web, le esposizioni che riteniamo migliori per un primo approccio al tema. Eccole:
http://www.assogestioni.it/index.cfm/3,147,11479/allegato_tecnico_pir.pdf
http://federicoferro.tagliodipo.info/wp/2017/01/23/cosa-sono-i-pir-piani-individuali-di-risparmio/
Molto è stato già scritto anche riguardo alla convenienza dei PIR. E qui occorre dire che innanzitutto convengono moltissimo all’industria del risparmio gestito, ossia a chi istituisce, gestisce e distribuisce fondi, gestioni patrimoniali, fondi assicurativi. Il beneficio fiscale infatti fa gola al risparmiatore ed è perciò un ottimo argomento di vendita. Inoltre è legato ad una lunga permanenza nel prodotto, il che consente – una volta fatta la vendita – di mettere a budget con elevata sicurezza per altrettanto tempo le commissioni di gestione addebitate all’investitore.
E tuttavia la convenienza per l’investitore non appare trascurabile: l’esenzione dalla tassazione dei redditi, siano redditi di capitale o redditi diversi, derivanti dagli investimenti effettuati nel PIR. Se si considera l’attuale mix di aliquote fiscali, si può giungere a risparmiare alla peggio un’imposta di quasi il 22% sugli utili.
A fronte della convenienza fiscale per chi investe, ecco in sintesi gli inconvenienti, almeno per chi vorrà sottoscrivere i prodotti offerti da reti, banche e assicurazioni[1].
Il primo è la concentrazione del rischio sulle imprese italiane, verso le quali il PIR deve indirizzare almeno il 70% degli investimenti, quasi un terzo dei quali relativi a imprese medie o piccole e pertanto a maggiore rischio. Ogni investitore valuti bene in quale misura vuole investire il proprio patrimonio in azioni ed obbligazioni emesse da imprese italiane. Se tuttavia consideriamo la possibilità di indirizzare ad un PIR importi anche assai ridotti, un investitore con un patrimonio mobiliare di centomila euro e un profilo di rischio non particolarmente prudente può già prendere in considerazione questa nuova possibilità.
Il secondo è appunto il vincolo temporale, per il quale il beneficio si perde se si disinveste anticipatamente. Anche questo inconveniente tuttavia non deve essere sopravvalutato: l’uscita anticipata infatti non produce null’altro che il pagamento di quelle imposte che si sarebbero comunque già pagate con altri strumenti.
È proprio l’ipotesi di uscire anticipatamente in caso si prevedano perdite a suscitare, tuttavia, qualche perplessità. I PIR infatti dovranno investire una buona parte del patrimonio in titoli caratterizzati da scarsa liquidità, con limiti di concentrazione per ciascun emittente un po’ blandi. Tali titoli sono ben più di altri soggetti a drammatiche perdite di controvalore in caso di circostanze sfavorevoli di mercato o specifiche vicende degli emittenti. La probabilità di uscire dal PIR con meno denaro di quello versato inizialmente appare nel complesso maggiore che per altre soluzioni di investimento.
L’inconveniente di maggior peso, da molti già messo in evidenza, è l’incidenza delle commissioni di gestione – e magari di performance – in rapporto al beneficio fiscale. La maggior parte dei prodotti finora presentati al pubblico preleverà dagli investimenti dei clienti commissioni di gestione comprese tra lo 1,20% e lo 1,50% annuo. Saranno presenti in molti casi anche pesanti commissioni di collocamento. Già questo può mangiarsi – rispetto all’investimento diretto o in ETF – tutto o quasi il vantaggio fiscale che si può calcolare con le ipotesi di rendimento più ragionevoli. Occorre ipotizzare rendimenti piuttosto elevati per ritrovare un vantaggio sensibile. All’opposto, in caso di annate con rendimenti negativi la probabilità di uscirne alla fine senza utili – e dunque senza beneficio fiscale – può arrivare a somigliare alla certezza.
E qui sta un punto cruciale: se la convenienza consiste in una detassazione degli utili è necessario non solo fare utili ma, come l’esperienza insegna, farli con elevata costanza. In sostanza ottenere pressoché ogni anno rendimenti positivi e sufficientemente ampi da assorbire abbondantemente i costi. La qualità della gestione in termini di contenimento della volatilità sarà importante ma nello stesso tempo difficile, dato il campo di investimento tutto sommato ristretto.
Riassumendo, statene certi, sarete raggiunti dall’offerta di qualche PIR. Bene, è una possibilità in più e non condividiamo la stroncatura in partenza che alcuni commentatori hanno fatto. Ma è necessario fare una vera ed approfondita analisi, più che mai un’analisi indipendente, sia delle proprie esigenze che della qualità del prodotto.

