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	<title>Consulente finanziario indipendente | Agenzia Web | - Consulenza finanziaria Studio Tirabassi</title>
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	<description>Consulente finanziario indipendente Reggio Parma</description>
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		<title>Longevity</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Cliente_admin]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 30 May 2025 14:47:08 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Consulente finanziario indipendente]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il termine Longevity circola oggi sempre più spesso nel mondo degli investimenti e della consulenza finanziaria. Al di là dell’uso della lingua inglese, con cui si vorrebbe far apparire più professionale chi ne fa uso e più di moda l’argomento, vuole indicare una questione obbiettivamente importante: sono sempre di più le persone che raggiungono un’età avanzata, vivendo anche venti o trent’anni oltre il termine della propria attività lavorativa, mentre sono sempre di meno le risorse economiche, personali e sociali, sulle quali queste persone – almeno mediamente – possono contare. Si tratta di un problema vero e destinato ad aggravarsi. I fattori di questa aggravamento sono principalmente tre. Il primo è in sé un fatto positivo: si vive sempre più a lungo. Accanto a questo incremento delle attese di vita, vi è anche un incremento – almeno medio – della qualità della vita degli anziani sotto il profilo sanitario, circostanza che tende a mantenere un maggior numero di persone nel ruolo di consumatori attivi. Nello stesso tempo oggi si desidera qualità di vita anche per chi è in condizioni di salute non buone, più di quanto non si facesse in passato. In sintesi, per soddisfare i bisogni e le aspettative di [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Il termine Longevity circola oggi sempre più spesso nel mondo degli investimenti e della consulenza finanziaria. Al di là dell’uso della lingua inglese, con cui si vorrebbe far apparire più professionale chi ne fa uso e più di moda l’argomento, vuole indicare una questione obbiettivamente importante: sono sempre di più le persone che raggiungono un’età avanzata, vivendo anche venti o trent’anni oltre il termine della propria attività lavorativa, mentre sono sempre di meno le risorse economiche, personali e sociali, sulle quali queste persone – almeno mediamente – possono contare.</p>
<p>Si tratta di un problema vero e destinato ad aggravarsi. I fattori di questa aggravamento sono principalmente tre. Il primo è in sé un fatto positivo: si vive sempre più a lungo. Accanto a questo incremento delle attese di vita, vi è anche un incremento – almeno medio – della qualità della vita degli anziani sotto il profilo sanitario, circostanza che tende a mantenere un maggior numero di persone nel ruolo di consumatori attivi. Nello stesso tempo oggi si desidera qualità di vita anche per chi è in condizioni di salute non buone, più di quanto non si facesse in passato. In sintesi, per soddisfare i bisogni e le aspettative di chi è nell’età della pensione l’economia dovrebbe produrre più di prima.</p>
<p>È ragionevole tuttavia attendersi che avvenga il contrario, a causa del dispiegarsi degli altri due fattori. Li presentiamo distintamente, sebbene interconnessi.</p>
<p>Cominciamo con il tasso di crescita dell’economia nazionale. Gli anni del boom economico sono ormai lontani e nonostante in tanti indichino la crescita dell’economia come un obbiettivo necessario, conseguirla è diventato sempre più difficile. Si tratta di un fenomeno in qualche misura comune a tutte le economie sviluppate ma in Italia ancor più spiccato, a causa di una produttività del lavoro mediamente bassa, spesso allocata su produzioni non innovative, caratterizzate da valore aggiunto spesso modesto. In questo contesto, la crescita delle retribuzioni non ha tenuto il passo della crescita dei prezzi, vale per i dipendenti ma vale anche per una larga parte del ceto medio autonomo. Questo porta con sé contribuzioni previdenziali modeste e, a cascata, assegni pensionistici modesti.</p>
<p>Concausa di un PIL che cresce da molti anni a ritmi bassi è l’andamento demografico, terzo fattore. Una popolazione che invecchia tende ad intraprendere di meno, ad essere meno produttiva. Inoltre da qualche tempo le persone in età da lasciare il lavoro non vengono integralmente sostituite da giovani in età da iniziarlo. Nei prossimi anni verranno a mancare milioni di lavoratori. Di conseguenza, verranno a mancare miliardi di imposte e di contributi previdenziali. E le imposte ed i contributi sono collegati in modo immediato con la spesa pubblica e le pensioni, è un sistema a vasi comunicanti.</p>
<p>Ci si può dunque attendere che le prestazioni pensionistiche, che già sono divenute più modeste rispetto al costo della vita che in passato, possano essere ulteriormente limate. Ci si può attendere che la spesa per il sistema sanitario nazionale abbia serie difficoltà a rincorrere le esigenze, che viceversa sono crescenti. Per curarsi si dovrà verosimilmente mettere sempre più mano a risorse proprie. Potrebbe così diventare difficile fronteggiare per molti anni una somma di uscite superiore alle entrate. La prospettiva di una vecchiaia in povertà potrebbe riguardare anche molte persone che hanno avuto precedentemente un tenore di vita soddisfacente, quella di una vecchiaia in condizioni modeste persone che hanno avuto una vita agiata.</p>
<p>È dunque opportuno che venga sollevata la questione della longevity. E che si parli di come affrontarla, di come lo Stato possa fronteggiarla ma forse ancor più di come ciascuna famiglia, ciascuna persona debba entrare in una logica di pianificazione. Il che significa prevedere, calcolare ed eventualmente spostare risorse dall’oggi al domani. Si tratta di un approccio oggi ancora troppo poco diffuso.</p>
<p>Ora va detto che la questione Longevity è anche un business. Sono molti gli operatori economici e finanziari che hanno interesse a proporre soluzioni e, pertanto, ad attirare su questo problema l’attenzione. Il che non è di per sé un male ma pone la questione della validità, vale a dire della reale efficacia e della appropriatezza delle soluzioni che vengono proposte.</p>
<p>La gestione della Longevity è un ambito in cui il valore di una consulenza pienamente indipendente può fare una notevole differenza.</p>
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		<title>Chi è e cosa fa il consulente finanziario indipendente</title>
		<link>https://www.studiotirabassi.it/chi-e-e-cosa-fa-il-consulente-finanziario-indipendente/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[tirab-admin]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 02 Mar 2021 11:55:58 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>In questa breve intervista ho avuto occasione di presentare l’attività del consulente finanziario indipendente (che la normativa oggi chiama consulente finanziario autonomo). Quali sono gli elementi essenziali che ne distinguono il ruolo dagli altri operatori della consulenza finanziaria? E per quale motivo il suo supporto ha un valore strategico nella gestione del patrimonio delle persone e delle famiglie? Eccolo descritto in parole semplici. Sono a disposizione di chi desideri informazioni ulteriori. Potete contattarmi attraverso il modulo che viene messo a disposizione in calce a questa pagina, oppure telefonando direttamente in Studio. Paolo Tirabassi</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>In questa breve intervista ho avuto occasione di presentare l’attività del consulente finanziario indipendente (che la normativa oggi chiama consulente finanziario autonomo).</p>
<p>Quali sono gli elementi essenziali che ne distinguono il ruolo dagli altri operatori della consulenza finanziaria? E per quale motivo il suo supporto ha un valore strategico nella gestione del patrimonio delle persone e delle famiglie?</p>
<p>Eccolo descritto in parole semplici.</p>
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<p>Sono a disposizione di chi desideri informazioni ulteriori. Potete contattarmi attraverso il modulo che viene messo a disposizione in calce a questa pagina, oppure telefonando direttamente in Studio.</p>
<p>Paolo Tirabassi</p>
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		<title>Il rendiconto dei costi e degli oneri degli investimenti</title>
		<link>https://www.studiotirabassi.it/il-rendiconto-dei-costi-e-degli-oneri-degli-investimenti/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Diego_Admin]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 15 Jul 2019 13:59:30 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Lo riceverete presto, non trascuratelo! Di cosa parliamo? Del rendiconto ex post sui costi degli investimenti che la direttiva europea MiFID 2 ha reso obbligatorio. Tutte le banche e le reti presso cui avete fatto investimenti devono consegnarvi un prospetto che presenti, in percentuale ed in valore assoluto, tutti i costi che hanno gravato sugli investimenti stessi nell’anno solare 2018. Perché è importante? Perché tratta di soldi vostri, soldi che avete speso, seppure spesso senza saperlo o senza averne una percezione precisa. Tanti soldi. Per un risparmiatore che possieda un patrimonio investito di 250&#8217;000 Euro i costi degli investimenti sono, mediamente, la prima voce di spesa del bilancio famigliare, prima della spesa per prodotti alimentari (dati ISTAT e Banca d’Italia). Cerchiamo ora di dare un’idea chiara di cosa siano questi costi, materia per la verità piuttosto complessa. Lo facciamo con un esempio, che non è esaustivo ma speriamo possa risultare plastico. Supponiamo di avere investito in un fondo obbligazionario. Esso contiene titoli obbligazionari, i quali generano un rendimento, sia con il proprio flusso cedolare che con la propria variazione di prezzo di mercato. Quanto di questo rendimento ci metteremo in tasca? Il rendimento dei titoli meno tutti i costi. Se [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Lo riceverete presto, non trascuratelo! Di cosa parliamo? Del rendiconto ex post sui costi degli investimenti che la direttiva europea MiFID 2 ha reso obbligatorio. Tutte le banche e le reti presso cui avete fatto investimenti devono consegnarvi un prospetto che presenti, in percentuale ed in valore assoluto, tutti i costi che hanno gravato sugli investimenti stessi nell’anno solare 2018.<br />
Perché è importante? Perché tratta di soldi vostri, soldi che avete speso, seppure spesso senza saperlo o senza averne una percezione precisa.<br />
Tanti soldi. Per un risparmiatore che possieda un patrimonio investito di 250&#8217;000 Euro i costi degli investimenti sono, mediamente, la prima voce di spesa del bilancio famigliare, prima della spesa per prodotti alimentari (dati ISTAT e Banca d’Italia).<br />
Cerchiamo ora di dare un’idea chiara di cosa siano questi costi, materia per la verità piuttosto complessa. Lo facciamo con un esempio, che non è esaustivo ma speriamo possa risultare plastico.<br />
Supponiamo di avere investito in un fondo obbligazionario. Esso contiene titoli obbligazionari, i quali generano un rendimento, sia con il proprio flusso cedolare che con la propria variazione di prezzo di mercato. Quanto di questo rendimento ci metteremo in tasca? Il rendimento dei titoli meno tutti i costi. Se il rendimento del complesso di questi titoli nell’ultimo anno fosse stato, ad esempio, lo 1,5% ed i costi assommassero, ad esempio, allo 0,8% il rendimento che otterremmo dal fondo sarebbe lo 0,7%.<br />
Quali sono questi costi? Innanzitutto i costi di amministrazione del fondo (costituzione, contabilità, certificazione, contributo di vigilanza, ecc.). Poi i costi che il fondo sostiene per acquistare o vendere quei titoli (questi vanno al soggetto che fa le operazioni, non di rado una società “sorella” o “cugina” della società di gestione). Poi i costi di gestione del fondo perché la società di gestione opera, naturalmente, per generare un utile. Deve inoltre remunerare le banche o le reti che distribuiscono il fondo stesso (le quali quasi sempre incamerano la parte maggiore delle commissioni di gestione). Poi le eventuali commissioni di performance (che meriterebbero un approfondimento a parte). Poi eventuali prelievi una tantum a fronte della sottoscrizione del fondo o del suo riscatto (commissioni di ingresso e di uscita).<br />
Se poi il fondo non lo deteniamo direttamente ma tramite una polizza o tramite una gestione patrimoniale, si aggiungono altri costi, non uguali ma per vari aspetti simili ai precedenti, un po’ come le matrioske. Ma qui ci fermiamo, supponendo di aver spiegato il concetto.<br />
L’investitore italiano medio paga ogni anno circa due punti percentuali del proprio patrimonio investito, per effetto dei costi impliciti sopra esemplificati. Perché impliciti? Perché normalmente il rendimento che ottiene gli viene rappresentato al netto di questi costi, così che i costi non si vedono. Così che non si veda quale rendimento avrebbe potuto avere se avesse acquistato direttamente, per tornare all’esempio, quei titoli obbligazionari che stanno dentro il fondo (cha magari a sua volta sta dentro la polizza o la gestione).<br />
Per questo motivo la normativa ha da tempo introdotto, per le case prodotto e gli intermediari, obblighi di esplicitazione dei costi, obblighi di trasparenza. La direttiva europea MiFID 2 è, potremmo dire, l’ultima evoluzione di questa normativa, pertanto non apporta una novità assoluta, semmai innovazioni.<br />
L’innovazione principale introdotta da MiFID 2 consiste nell’obbligo, per la banca o l’intermediario a contatto diretto con l’investitore finale, di rappresentare in percentuale ed in assoluto, a paragone con il rendimento, non solo i costi che esso applica ma tutti i costi che gravano sull’investitore anche se applicati da altri soggetti a monte, ossia da chi realizza i singoli pezzi o fornisce i singoli sevizi che la banca o l’intermediario hanno utilizzato per realizzare il prodotto.<br />
Gli intermediari non sono apparsi particolarmente solerti nell’adempiere all’obbligo, che riguarda un periodo terminato ormai più di sei mesi fa. I costi, infatti, vanno in buona misura a remunerare gli intermediari stessi e molti temono che la loro “esplicitazione” possa mettere in crisi il rapporto col cliente.<br />
È vero che la direttiva non ha assegnato agli intermediari un compito semplice. Ma è stata emanata anni fa e la sua entrata in vigore appositamente prorogata per dare il tempo di organizzarsi.<br />
Ora va detto con grande chiarezza che eliminare completamente questi costi è impossibile. Nessuna attività umana è senza costi e nessun investimento è senza costi, non lo è quello finanziario ma non lo sono neppure quello immobiliare, né quello in beni fisici, né quello in attività economiche.<br />
La possibile eliminazione di alcuni di questi costi va inoltre valutata sotto il profilo della opportunità e della convenienza. Per fare un esempio, è molto difficile e costoso detenere direttamente obbligazioni dei Paesi Emergenti, meglio pagare i costi di un fondo che non avere accesso a tale segmento.<br />
Insomma i costi non vanno demonizzati.<br />
I costi vanno però conosciuti, valutati, scelti, minimizzati. La rendicontazione obbligatoria prevista da MiFID 2 può essere un aiuto a farlo.<br />
Per la verità considerare in monte costi eliminabili e costi non eliminabili, commissioni di gestione di fondi gestiti efficacemente e commissioni di gestione di fondi sostanzialmente passivi, costi gravanti su tipologie di allocazione diverse tra loro … beh, potrebbe portare a conclusioni sbagliate. La nuova disciplina produrrà rendiconti unitari e sintetici, il che non significa necessariamente di piena comprensibilità e di piena utilità. Costituisce tuttavia un tentativo cui guardare in modo costruttivo e non tutti coloro che propongono investimenti lo stanno facendo.<br />
Per una lettura consapevole e utile delle rendicontazioni l’investitore farà certamente bene a rivolgersi ad un consulente indipendente, remunerato esclusivamente a parcella. Ossia ad un soggetto che non ha alcuna interessenza nei costi impliciti e, pertanto, non ha interesse né a nasconderli o minimizzarli, né a denigrarli ove siano effettivamente necessari o utili al Cliente.<br />
Anche il consulente indipendente costituisce un costo. Ma, innanzitutto, è un costo esplicito. Il Cliente lo paga direttamente. In secondo luogo offre un supporto difficilmente sostituibile nell’abbattere i costi impliciti inutili o dannosi. Che non sono poca cosa e sono quasi sempre maggiori del costo della consulenza. Mediamente – in realtà ogni caso deve essere approfondito secondo le specifiche esigenze del Cliente – i costi impliciti possono essere abbattuti ben oltre il cinquanta per cento, non di rado fino a tre quarti, a volte oltre. E un approccio ottimale ai costi è uno dei fattori fondamentali di una buona gestione degli investimenti.</p>
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		<title>I &#8220;plus&#8221; del consulente finanziario indipendente</title>
		<link>https://www.studiotirabassi.it/i-plus-del-consulente-finanziario-indipendente/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Diego_Admin]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 18 Mar 2019 12:18:57 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Quindici anni di esperienza ci consentono ormai di delineare quali sono le caratteristiche della consulenza finanziaria indipendente che il Cliente apprezza maggiormente, specialmente se deve gestire un complesso di investimenti importante. Possono essere sintetizzate in tre qualità del servizio, di cui il consulente finanziario indipendente – che la legge oggi chiama Consulente Finanziario Autonomo – ha di fatto l’esclusiva. La prima è sul piano dell’affidabilità. Molti operatori possono offrire capacità professionale e correttezza ma il consulente indipendente può offrire di più: la certezza che il consiglio non sia, almeno potenzialmente, condizionato da politiche di vendita. Il consulente indipendente non intermedia né colloca alcun prodotto, non vende nulla: nello scambio tra investitore e operatori finanziari sta dal lato del Cliente, non da quello della banca o della rete commerciale. Spesso questa caratteristica è chiara al Cliente fin dall’inizio, ma in ogni caso il valore di questa impostazione radicale emerge nel corso del rapporto. La seconda qualità del servizio è di poter offrire una visione aggregata di tutti gli investimenti del Cliente, presso qualsiasi banca, società di assicurazione o altro intermediario siano detenuti. La preziosità dell’analisi, consulenza e rendicontazione aggregata è tanto maggiore quanto più è articolato e importante il patrimonio investito. [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.studiotirabassi.it/i-plus-del-consulente-finanziario-indipendente/">I &#8220;plus&#8221; del consulente finanziario indipendente</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.studiotirabassi.it">Consulenza finanziaria Studio Tirabassi</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Quindici anni di esperienza ci consentono ormai di delineare quali sono le caratteristiche della consulenza finanziaria indipendente che il Cliente apprezza maggiormente, specialmente se deve gestire un complesso di investimenti importante.</p>
<p>Possono essere sintetizzate in tre qualità del servizio, di cui il consulente finanziario indipendente – che la legge oggi chiama Consulente Finanziario Autonomo – ha di fatto l’esclusiva.</p>
<p>La prima è sul piano dell’affidabilità. Molti operatori possono offrire capacità professionale e correttezza ma il consulente indipendente può offrire di più: la certezza che il consiglio non sia, almeno potenzialmente, condizionato da politiche di vendita. Il consulente indipendente non intermedia né colloca alcun prodotto, non vende nulla: nello scambio tra investitore e operatori finanziari sta dal lato del Cliente, non da quello della banca o della rete commerciale. Spesso questa caratteristica è chiara al Cliente fin dall’inizio, ma in ogni caso il valore di questa impostazione radicale emerge nel corso del rapporto.</p>
<p>La seconda qualità del servizio è di poter offrire una visione aggregata di tutti gli investimenti del Cliente, presso qualsiasi banca, società di assicurazione o altro intermediario siano detenuti. La preziosità dell’analisi, consulenza e rendicontazione aggregata è tanto maggiore quanto più è articolato e importante il patrimonio investito. Il Cliente è aiutato a tenere ordine, ad evitare inutili e pericolose duplicazioni o lacune, a leggere in modo obbiettivo e a lui consono le rendicontazioni che i vari intermediari fanno con modalità differenti.</p>
<p>Il consulente indipendente acquisisce inoltre una notevole esperienza dell’offerta di tutti i diversi intermediari. Ciò gli consente di aiutare il Cliente nella contrattazione delle condizioni e anche, eventualmente, nella scelta degli interlocutori più adatti ed efficienti.</p>
<p>La terza qualità del servizio è l’universalità: il consulente indipendente non è limitato da un catalogo di prodotti e servizi, per quanto ampio. Può prendere in esame qualsiasi titolo, fondo o polizza, qualsiasi servizio finanziario o soluzione di investimento. Al contrario del consulente remunerato dall’intermediario, spesso assai imbrigliato da politiche commerciali, ha non solo la possibilità ma un forte interesse a scandagliare tutto il mercato, alla ricerca degli strumenti caratterizzati dai costi impliciti più bassi, dalla maggiore efficienza e dal minor rischio. L’ampiezza e libertà di visione sono importanti in un mondo sempre più articolato e complesso.</p>
<p>Il pieno controllo e la serena fiducia nelle proprie scelte di investimento sono beni immateriali, è vero. Ma producono nel tempo vantaggi materiali consistenti e benessere. </p>
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		<title>Ogni investimento ha due lati, i perché dei criteri di sostenibilità</title>
		<link>https://www.studiotirabassi.it/ogni-investimento-ha-due-lati-i-perche-dei-criteri-di-sostenibilita/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Diego_Admin]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 04 Feb 2019 12:16:46 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Consulente finanziario]]></category>
		<category><![CDATA[Consulente finanziario indipendente]]></category>
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		<category><![CDATA[investimento in titoli di Stato]]></category>
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		<category><![CDATA[scambio finanziario]]></category>
		<category><![CDATA[società finanziate]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Che cos’è la finanza? È trasferire denaro da chi non ha immediata necessità di farne uso a chi invece ne ha bisogno. Il finanziatore può essere una banca o una finanziaria ma anche un privato, una famiglia. Il finanziato può essere uno Stato, un’impresa o un altro soggetto privato. Questo vale per gli investimenti obbligazionari, perché le obbligazioni altro non sono che contratti di prestito cartolarizzati, ossia resi possibili oggetti di compravendita. E vale per le azioni, che sono quote del capitale di imprese, anch’esse spesso cartolarizzate e scambiate su mercati regolamentati. Il primo problema di chi investe è assicurarsi il più possibile alcune cose: che il proprio denaro non vada perduto, che sia remunerato in modo adeguato, che l’investimento sia smobilizzabile e lo sia senza eccessivi costi. E fino a non molto tempo fa di questo e solo di questo si sono occupati investitori, analisti e consulenti. Vi è tuttavia un secondo problema, che riguarda l’altro lato dell’operazione finanziaria: per cosa viene impiegato quel denaro? Quale impatto ha il suo impiego sul mondo che ci circonda e sul contesto in cui noi stessi viviamo? Storicamente i primi a porsi sistematicamente questo secondo problema sono state alcune istituzioni religiose, prevalentemente [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.studiotirabassi.it/ogni-investimento-ha-due-lati-i-perche-dei-criteri-di-sostenibilita/">Ogni investimento ha due lati, i perché dei criteri di sostenibilità</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.studiotirabassi.it">Consulenza finanziaria Studio Tirabassi</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Che cos’è la finanza? È trasferire denaro da chi non ha immediata necessità di farne uso a chi invece ne ha bisogno. Il finanziatore può essere una banca o una finanziaria ma anche un privato, una famiglia. Il finanziato può essere uno Stato, un’impresa o un altro soggetto privato.</p>
<p>Questo vale per gli investimenti obbligazionari, perché le obbligazioni altro non sono che contratti di prestito cartolarizzati, ossia resi possibili oggetti di compravendita. E vale per le azioni, che sono quote del capitale di imprese, anch’esse spesso cartolarizzate e scambiate su mercati regolamentati.</p>
<p>Il primo problema di chi investe è assicurarsi il più possibile alcune cose: che il proprio denaro non vada perduto, che sia remunerato in modo adeguato, che l’investimento sia smobilizzabile e lo sia senza eccessivi costi. E fino a non molto tempo fa di questo e solo di questo si sono occupati investitori, analisti e consulenti.</p>
<p>Vi è tuttavia un secondo problema, che riguarda l’altro lato dell’operazione finanziaria: per cosa viene impiegato quel denaro? Quale impatto ha il suo impiego sul mondo che ci circonda e sul contesto in cui noi stessi viviamo?</p>
<p>Storicamente i primi a porsi sistematicamente questo secondo problema sono state alcune istituzioni religiose, prevalentemente negli Stati Uniti. Esse desideravano evitare che i propri investimenti andassero a finanziare attività moralmente inaccettabili. Non è un caso che le prime iniziative organiche siano nate, quasi un secolo fa, nel contesto economico e sociale anglosassone, nel quale era già consueto investire direttamente nel capitale di società private operanti nei settori più disparati. Nel nostro contesto fino a non molti decenni fa è stato di gran lunga prevalente l’investimento in titoli di Stato e lo Stato, almeno a prima vista, non suscita questioni etiche.</p>
<p>Per molto tempo la connotazione di questo approccio responsabile agli investimenti è stata appunto di natura etica e si è strutturata mediante criteri di esclusione, che hanno riguardato attività quali lo sfruttamento della schiavitù, l’offerta di tabacco e bevande alcoliche, di gioco d’azzardo, di pornografia, la produzione di armi, ecc. Ha riguardato inoltre una esigua quantità di soggetti, per lo più istituzioni religiose e benefiche e fondi pensionistici.</p>
<p>La questione tuttavia si era aperta e lo sguardo dall’altro lato dello scambio finanziario ha iniziato ad indagare se non fosse possibile che gli investimenti avessero anche un ruolo costruttivo, rispetto a tematiche sensibili, quali la protezione dell’ambiente, la giusta remunerazione del lavoro, la corretta conduzione delle stesse società finanziate. Si è inoltre fatto evidente che le imprese e gli Stati che ignorano tali tematiche sono esposti a maggiori rischi e possono pregiudicare anche il ritorno economico dei loro finanziatori. E che, viceversa, la solidità economica di imprese ed enti è correlata al benessere dei soggetti con cui essi si relazionano.</p>
<p>Si sono così gradualmente strutturati criteri di finanza sostenibile, detti anche criteri ESG, sigla che richiama l’ambiente naturale, la responsabilità sociale e la governance delle società e delle istituzioni. Ed un numero sempre crescente di investitori istituzionali e di risparmiatori privati mostra interesse verso questo sviluppo ed investe più volentieri il proprio denaro in chi mostra di rispettarli.</p>
<p>Chi volesse approfondire può iniziare da qui: <a href="http://investiresponsabilmente.it/" rel="noopener noreferrer" target="_blank">http://investiresponsabilmente.it/</a></p>
<p>Lo Studio Tirabassi sta dedicando risorse alla formazione, alla ricerca e all’analisi relativa agli investimenti responsabili e sostenibili. Desidera offrire ai propri Clienti la possibilità di investire secondo i criteri ESG con un supporto professionale.</p>
<p>Siamo infatti convinti che la consulenza agli investimenti dei Clienti debba coordinarsi con il complesso delle loro scelte, che hanno carattere economico e patrimoniale ma che sono anche scelte di valore. </p>
<p>L'articolo <a href="https://www.studiotirabassi.it/ogni-investimento-ha-due-lati-i-perche-dei-criteri-di-sostenibilita/">Ogni investimento ha due lati, i perché dei criteri di sostenibilità</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.studiotirabassi.it">Consulenza finanziaria Studio Tirabassi</a>.</p>
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		<title>Il patrimonio in una polizza, una soluzione non priva di incertezze</title>
		<link>https://www.studiotirabassi.it/il-patrimonio-in-una-polizza-una-soluzione-non-priva-di-incertezze/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Diego_Admin]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 08 May 2018 11:14:12 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Consulente finanziario]]></category>
		<category><![CDATA[Consulente finanziario indipendente]]></category>
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		<category><![CDATA[associazione nazionale delle assicurazioni]]></category>
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		<category><![CDATA[restituzione del capitale]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Conferire il proprio patrimonio in una polizza, per proteggerlo dal fisco e dai creditori. Questa, grosso modo, è la motivazione di vendita utilizzata dalle reti di vendita di assicurazioni e banche – ma anche da tanti private bankers – soprattutto nei confronti dei soggetti e delle famiglie patrimonialmente più fortunate. I vantaggi però, acquistati a prezzo di costi impliciti spesso elevati, non sono così certi. Una serie di sentenze ormai abbastanza lunga ne va restringendo la portata, in tutte le direzioni. Innanzitutto in quella della protezione patrimoniale, che ha visto i giudici smontare numerose operazioni evidentemente in frode dei creditori. In secondo luogo nella direzione delle opportunità di trasmissione post mortem del patrimonio. Anche qui la giurisprudenza mostra come le norme imperative a tutela degli eredi legittimari non possano essere ignorate. Anche nella direzione del più vantaggioso regime fiscale i giudici hanno mostrato più volte una interpretazione critica. Fa ora notizia l&#8217;ultimo pronunciamento della Cassazione. (per chi desidera approfondire: http://www.ilsole24ore.com/art/finanza-e-mercati/2018-05-05/polizze-vita-perche-cassazione-fa-tremare-assicurazioni-215511_PRV.shtml?uuid=AEIOccjE&#38;fromSearch ) La sentenza connette la natura di prodotto assicurativo all’effettiva offerta di garanzie circa la restituzione del capitale. Se questa garanzia non c’è – è il sillogismo – non c’è assicurazione. Pertanto anche il regime fiscale dei contratti assicurativi viene [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.studiotirabassi.it/il-patrimonio-in-una-polizza-una-soluzione-non-priva-di-incertezze/">Il patrimonio in una polizza, una soluzione non priva di incertezze</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.studiotirabassi.it">Consulenza finanziaria Studio Tirabassi</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Conferire il proprio patrimonio in una polizza, per proteggerlo dal fisco e dai creditori. Questa, grosso modo, è la motivazione di vendita utilizzata dalle reti di vendita di assicurazioni e banche – ma anche da tanti private bankers – soprattutto nei confronti dei soggetti e delle famiglie patrimonialmente più fortunate. I vantaggi però, acquistati a prezzo di costi impliciti spesso elevati, non sono così certi.</p>
<p>Una serie di sentenze ormai abbastanza lunga ne va restringendo la portata, in tutte le direzioni. Innanzitutto in quella della protezione patrimoniale, che ha visto i giudici smontare numerose operazioni evidentemente in frode dei creditori. In secondo luogo nella direzione delle opportunità di trasmissione post mortem del patrimonio. Anche qui la giurisprudenza mostra come le norme imperative a tutela degli eredi legittimari non possano essere ignorate.</p>
<p>Anche nella direzione del più vantaggioso regime fiscale i giudici hanno mostrato più volte una interpretazione critica. Fa ora notizia l&#8217;ultimo pronunciamento della Cassazione. (per chi desidera approfondire:</p>
<p><a href="http://www.ilsole24ore.com/art/finanza-e-mercati/2018-05-05/polizze-vita-perche-cassazione-fa-tremare-assicurazioni-215511_PRV.shtml?uuid=AEIOccjE&amp;fromSearch" target="_blank" rel="noopener noreferrer">http://www.ilsole24ore.com/art/finanza-e-mercati/2018-05-05/polizze-vita-perche-cassazione-fa-tremare-assicurazioni-215511_PRV.shtml?uuid=AEIOccjE&amp;fromSearch</a> )</p>
<p>La sentenza connette la natura di prodotto assicurativo all’effettiva offerta di garanzie circa la restituzione del capitale. Se questa garanzia non c’è – è il sillogismo – non c’è assicurazione. Pertanto anche il regime fiscale dei contratti assicurativi viene messo in dubbio.</p>
<p>Approfondendo l&#8217;analisi di questo pronunciamento e del quadro in cui si inserisce, molti esperti sostengono che lo speciale regime normativo e fiscale tanto caro alle assicurazioni non può dirsi, almeno per ora, cancellato. Difficile tuttavia negare che sia in corso un fenomeno di erosione, ispirato dalla constatazione che questo regime appare in molti casi privo di una ratio sufficiente. L’immediata difesa d’ufficio messa in campo dall’associazione nazionale delle assicurazioni e da altri soggetti non disinteressati non dirada i dubbi, semmai mostra che la questione viene presa sul serio.</p>
<p>D&#8217;altra parte le assicurazioni raccolgono alcune decine di miliardi l’anno di nuove sottoscrizioni su polizze che potrebbero essere coinvolte in una interpretazione civilistica e fiscale – se non in una nuova normativa – diversa da quella del passato. Per non parlare del monte di quelle già sottoscritte.</p>
<p>Inoltre non di rado la soluzione “<em>metti tutto in una polizza</em>” (o almeno metti un bel po’ del tuo patrimonio in una polizza) è stata venduta come il toccasana di tutti i problemi fiscali e successori. E ha fatto breccia, legando ad un unico o a pochi contratti assicurativi quasi tutta la fortuna di molti soggetti.</p>
<p>Una consulenza finanziaria professionale dovrebbe invece tenere conto di tutti i rischi. Tra questi quelli di innovazioni normative e fiscali, che sono tanto più importanti da valutare quanto più il prodotto in cui si investe è suscettibile di rimanere intatto per molto tempo, quanto più è complesso e quanto più è costoso da liquidare.</p>
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		<title>Bitcoin, meglio sapere che &#8230;</title>
		<link>https://www.studiotirabassi.it/bitcoin-meglio-sapere-che/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Diego_Admin]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 27 Nov 2017 12:10:30 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Consulente finanziario]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il valore unitario della più famosa valuta virtuale sale sempre più e sempre più persone si chiedono se non farebbero bene a partecipare al banchetto. Comprensibile: rivalutazioni del dieci, venti o trenta per cento nell’arco di un mese fanno balenare la possibilità di diventare ricchi. Ma i Bitcoin cosa sono? Prima di acquistare qualsiasi cosa è bene sapere di cosa si tratta. Bitcoin si può tradurre con moneta informatica. Bit infatti (binary digit) è terminologia del mondo informatico, coin si traduce con moneta. Sulla prima parte del nome nulla da dire ma, per buona pace degli entusiasti della tecnologia, per quanto essa sia sofisticata e sicura poco dice del valore di ciò che produce. La seconda parte del nome invece può ingannare. Non si tratta, in effetti, di una vera e propria moneta. Infatti se per moneta intendiamo un bene comunemente accettato in cambio di tutti gli altri, l’equivoco è possibile. Ma la moneta che abbiamo in tasca o sul nostro conto corrente non risponde semplicemente a questa caratteristica. Essa è dotata di corso legale: se la offriamo in pagamento la nostra controparte è obbligata ad accettarla. Lo garantisce lo Stato. Il Bitcoin e le altre monete virtuali non hanno [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.studiotirabassi.it/bitcoin-meglio-sapere-che/">Bitcoin, meglio sapere che &#8230;</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.studiotirabassi.it">Consulenza finanziaria Studio Tirabassi</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Il valore unitario della più famosa valuta virtuale sale sempre più e sempre più persone si chiedono se non farebbero bene a partecipare al banchetto. Comprensibile: rivalutazioni del dieci, venti o trenta per cento nell’arco di un mese fanno balenare la possibilità di diventare ricchi.</p>
<p>Ma i Bitcoin cosa sono? Prima di acquistare qualsiasi cosa è bene sapere di cosa si tratta.</p>
<p>Bitcoin si può tradurre con moneta informatica. Bit infatti (binary digit) è terminologia del mondo informatico, coin si traduce con moneta. Sulla prima parte del nome nulla da dire ma, per buona pace degli entusiasti della tecnologia, per quanto essa sia sofisticata e sicura poco dice del valore di ciò che produce. La seconda parte del nome invece può ingannare.</p>
<p>Non si tratta, in effetti, di una vera e propria moneta. Infatti se per moneta intendiamo un bene comunemente accettato in cambio di tutti gli altri, l’equivoco è possibile. Ma la moneta che abbiamo in tasca o sul nostro conto corrente non risponde semplicemente a questa caratteristica. Essa è dotata di corso legale: se la offriamo in pagamento la nostra controparte è obbligata ad accettarla. Lo garantisce lo Stato.</p>
<p>Il Bitcoin e le altre monete virtuali non hanno corso legale. Oggi magari il problema non si pone, possono essere accettate largamente e scambiate nuovamente in Euro. Domani, in condizioni differenti, magari quando il loro cambio cominci a scendere rapidamente, questo non è garantito.</p>
<p>Lo Stato non garantisce soltanto il corso legale della vera moneta. Esercita, tramite la banca centrale, un controllo sulla quantità di moneta circolante – ossia sull’inflazione – e sul costo al quale ci si può finanziare. Non esiste invece un’autorità di controllo – almeno di carattere pubblico, ossia che risponda in qualche modo alla collettività – sulla quantità di moneta virtuale e su una eventuale ipotetica sua inflazione. Il controllo è esercitato da entità private, che possono fare ciò che loro meglio pare.</p>
<p>Non si tratta allora di una moneta, nel senso proprio ed attuale di questo termine. Semmai di una commodity, come ad esempio l’oro, secondo un paragone fatto da un banchiere centrale.</p>
<p>Le commodities, l’oro in ispecie, possono – “<em>possono</em>”, non “<em>devono</em>” – essere accettate in pagamento. Hanno però natura materiale ed utilità reale, come il rame, il petrolio, il grano ed anche, appunto, l’oro. Quest’ultimo per la verità ha una utilità limitata, è apprezzato per la sua bellezza, ha qualche uso industriale, è comunque tesaurizzato per tradizione immemorabile. Il Bitcoin neppure questo: è virtuale e di per sé non serve a nulla.</p>
<p>Non evitiamo, infine, di dire che attualmente il Bitcoin sta funzionando come uno schema Ponzi, una “<em>catena di Sant’Antonio</em>” dove i benefici dei primi entrati vengono pagati con il versamento di risorse da parte degli ultimi. Tecnicamente non può essere definito tale ma economicamente sta funzionando così. La sua rivalutazione continua è un effetto della corsa ad acquistarlo.</p>
<p>Accenniamo ora ai principali rischi. Il primo è che la corsa ai Bitcoin si esaurisca da sé e che inizi una tendenza a disfarsene. Produrrebbe una svalutazione che a sua volta determinerebbe un restringimento della platea di soggetti disposti a prenderlo in pagamento. Si innescherebbe una spirale negativa che potrebbe essere molto rapida, più rapida del trend di rivalutazione, come spesso avviene nei mercati finanziari. Ed il trend di rivalutazione è stato molto rapido.</p>
<p>La spirale negativa potrebbe essere innescata anche da provvedimenti normativi presi da qualche Paese o da una pluralità di Paesi. Non sarebbero una novità assoluta. Questi provvedimenti potrebbero essere motivati dalla necessità delle Banche Centrali di evitare che una “<em>moneta</em>” non controllata renda inutile il loro governo sulla moneta a corso legale.</p>
<p>Potrebbero essere motivati anche dalla necessità di porre un argine all’utilizzo del Bitcoin – che offre un certo anonimato – a fini di evasione fiscale, di riciclaggio o di altre attività illecite.</p>
<p>Con tutto questo non si vuole profetizzare un prossimo crollo, non facciamo i profeti. Ma per chi voglia investire in Bitcoin o in qualche imitazione è bene tenere presente quanto sopra.</p>
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		<title>Incrementare l&#8217;azionario in portafoglio, pro e contro</title>
		<link>https://www.studiotirabassi.it/incrementare-lazionario-in-portafoglio-pro-e-contro/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Diego_Admin]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 15 Jun 2017 11:06:15 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Consulente finanziario]]></category>
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		<category><![CDATA[controvalore complessivo dei propri risparmi]]></category>
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		<category><![CDATA[investite in azioni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Periodicamente compaiono, sulla stampa specializzata e sul web, articoli ed analisi che sostengono come investire nell’azionario sia la scelta vincente nel lungo termine. E producono nei risparmiatori la domanda: ma non dovrei investire di più in azioni? Queste analisi mostrano grafici dai quali si evince quanto si è incrementato il capitale di chi ha comprato azioni statunitensi cento o centocinquanta anni fa. Se si tratta di studi più sofisticati, analizzano ipotesi di investimenti azionari fatti in ciascuno degli anni che ci separano da Abramo Lincoln e mantenuti inalterati per trenta o quarant’anni, per mostrare che qualsiasi sia il punto di ingresso, tenere azioni a lungo paga sempre. È tuttavia assai raro che qualcuno abbia un consistente patrimonio da tenere investito per decenni. È assai più frequente invece che un patrimonio consistente venga detenuto soltanto per gli ultimi due decenni della propria vita, magari tre, senza dire del fatto che quando si è molto anziani le forti oscillazioni di controvalore risultano tutt’altro che appropriate e gradite. Le oscillazioni di controvalore, appunto. Cosa avviene infatti alle persone reali – non alle ipotesi teoriche – quando il controvalore complessivo dei propri risparmi perde il cinque, o il dieci o il venti per cento [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Periodicamente compaiono, sulla stampa specializzata e sul web, articoli ed analisi che sostengono come investire nell’azionario sia la scelta vincente nel lungo termine. E producono nei risparmiatori la domanda: ma non dovrei investire di più in azioni?</p>
<p>Queste analisi mostrano grafici dai quali si evince quanto si è incrementato il capitale di chi ha comprato azioni statunitensi cento o centocinquanta anni fa. Se si tratta di studi più sofisticati, analizzano ipotesi di investimenti azionari fatti in ciascuno degli anni che ci separano da Abramo Lincoln e mantenuti inalterati per trenta o quarant’anni, per mostrare che qualsiasi sia il punto di ingresso, tenere azioni a lungo paga sempre.</p>
<p>È tuttavia assai raro che qualcuno abbia un consistente patrimonio da tenere investito per decenni. È assai più frequente invece che un patrimonio consistente venga detenuto soltanto per gli ultimi due decenni della propria vita, magari tre, senza dire del fatto che quando si è molto anziani le forti oscillazioni di controvalore risultano tutt’altro che appropriate e gradite.</p>
<p>Le oscillazioni di controvalore, appunto. Cosa avviene infatti alle persone reali – non alle ipotesi teoriche – quando il controvalore complessivo dei propri risparmi perde il cinque, o il dieci o il venti per cento del valore che aveva solo un anno prima?</p>
<p>Queste persone reali rimangono investite in azioni senza battere ciglio? Se la passano bene ugualmente? Non si trovano mai nella necessità di dover disinvestire, consolidando così la perdita?</p>
<p>Non stiamo paventando il rischio di perdite eccezionali, che avvengono di rado. Il grafico che segue mostra i massimi ribassi realizzati dal principale indice azionario USA – appunto – in ciascun anno dal 1950 ad oggi. E chi conosce i mercati sa che gli indici di altri Paesi o zone hanno fatto anche peggio.</p>
<p><img fetchpriority="high" decoding="async" class="size-medium wp-image-18581 aligncenter" src="https://www.studiotirabassi.it/wp-content/uploads/SP-500-Worst-Annual-Drawdowns-300x217.jpg" alt="" width="300" height="217" srcset="https://www.studiotirabassi.it/wp-content/uploads/SP-500-Worst-Annual-Drawdowns-300x217.jpg 300w, https://www.studiotirabassi.it/wp-content/uploads/SP-500-Worst-Annual-Drawdowns.jpg 653w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></p>
<p>Anche ipotizzando che la nostra persona reale fosse investita nell’azionario non al cento per cento ma al cinquanta per cento, in molti di quegli anni sarebbe andata incontro a perdite tutt’altro che facili da sopportare.</p>
<p>Ecco perché l’asset allocation è un’attività difficile. Una quota di azionario in portafoglio può essere necessaria, ma va tarata con cognizione di causa.</p>
<p>Ecco perché le sirene del “<em>buy and hold</em>” devono essere lasciate cantare restando ben legati all’albero della nave. Del resto non di rado vendono fondi che applicano in continuo consistenti commissioni di gestione ed hanno perciò un preciso interesse a tenere il cliente investito.</p>
<p>Ed ecco perché il fai da te è pericoloso.</p>
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		<title>Attenti al PIR (ovvero qualche criterio di valutazione)</title>
		<link>https://www.studiotirabassi.it/attenti-al-pir-ovvero-qualche-criterio-di-valutazione/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Diego_Admin]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 10 Mar 2017 11:58:50 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Consulente finanziario]]></category>
		<category><![CDATA[Consulente finanziario indipendente]]></category>
		<category><![CDATA[Consulente finanziario per privati]]></category>
		<category><![CDATA[Focus on]]></category>
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		<category><![CDATA[redditi diversi]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>I Piani Individuali di Risparmio saranno il prodotto più proposto nei prossimi mesi da molte reti di vendita e da molte banche. Creati per orientare i risparmi degli italiani verso le imprese italiane, anche quelle di dimensioni medie o piccole – fatto in sé positivo – sono caratterizzati da un incentivo fiscale. Molto è già stato scritto negli ultimi mesi riguardo alle loro caratteristiche, in modo più o meno approfondito e preciso. Con una lunga ricerca abbiamo selezionato, tra quelle disponibili sul web, le esposizioni che riteniamo migliori per un primo approccio al tema. Eccole: http://www.assogestioni.it/index.cfm/3,147,11479/allegato_tecnico_pir.pdf http://federicoferro.tagliodipo.info/wp/2017/01/23/cosa-sono-i-pir-piani-individuali-di-risparmio/ Molto è stato già scritto anche riguardo alla convenienza dei PIR. E qui occorre dire che innanzitutto convengono moltissimo all’industria del risparmio gestito, ossia a chi istituisce, gestisce e distribuisce fondi, gestioni patrimoniali, fondi assicurativi. Il beneficio fiscale infatti fa gola al risparmiatore ed è perciò un ottimo argomento di vendita. Inoltre è legato ad una lunga permanenza nel prodotto, il che consente – una volta fatta la vendita – di mettere a budget con elevata sicurezza per altrettanto tempo le commissioni di gestione addebitate all’investitore. E tuttavia la convenienza per l’investitore non appare trascurabile: l’esenzione dalla tassazione dei redditi, siano redditi di [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>I Piani Individuali di Risparmio saranno il prodotto più proposto nei prossimi mesi da molte reti di vendita e da molte banche. Creati per orientare i risparmi degli italiani verso le imprese italiane, anche quelle di dimensioni medie o piccole – fatto in sé positivo – sono caratterizzati da un incentivo fiscale.</p>
<p>Molto è già stato scritto negli ultimi mesi riguardo alle loro caratteristiche, in modo più o meno approfondito e preciso. Con una lunga ricerca abbiamo selezionato, tra quelle disponibili sul web, le esposizioni che riteniamo migliori per un primo approccio al tema. Eccole:</p>
<p><a href="http://www.assogestioni.it/index.cfm/3,147,11479/allegato_tecnico_pir.pdf" rel="noopener noreferrer" target="_blank">http://www.assogestioni.it/index.cfm/3,147,11479/allegato_tecnico_pir.pdf</a></p>
<p><a href="http://federicoferro.tagliodipo.info/wp/2017/01/23/cosa-sono-i-pir-piani-individuali-di-risparmio/" rel="noopener noreferrer" target="_blank">http://federicoferro.tagliodipo.info/wp/2017/01/23/cosa-sono-i-pir-piani-individuali-di-risparmio/</a></p>
<p>Molto è stato già scritto anche riguardo alla convenienza dei PIR. E qui occorre dire che innanzitutto convengono moltissimo all’industria del risparmio gestito, ossia a chi istituisce, gestisce e distribuisce fondi, gestioni patrimoniali, fondi assicurativi. Il beneficio fiscale infatti fa gola al risparmiatore ed è perciò un ottimo argomento di vendita. Inoltre è legato ad una lunga permanenza nel prodotto, il che consente – una volta fatta la vendita – di mettere a budget con elevata sicurezza per altrettanto tempo le commissioni di gestione addebitate all’investitore.</p>
<p>E tuttavia la convenienza per l’investitore non appare trascurabile: l’esenzione dalla tassazione dei redditi, siano redditi di capitale o redditi diversi, derivanti dagli investimenti effettuati nel PIR. Se si considera l’attuale mix di aliquote fiscali, si può giungere a risparmiare alla peggio un’imposta di quasi il 22% sugli utili.</p>
<p>A fronte della convenienza fiscale per chi investe, ecco in sintesi gli inconvenienti, almeno per chi vorrà sottoscrivere i prodotti offerti da reti, banche e assicurazioni[1].</p>
<p>Il primo è la concentrazione del rischio sulle imprese italiane, verso le quali il PIR deve indirizzare almeno il 70% degli investimenti, quasi un terzo dei quali relativi a imprese medie o piccole e pertanto a maggiore rischio. Ogni investitore valuti bene in quale misura vuole investire il proprio patrimonio in azioni ed obbligazioni emesse da imprese italiane. Se tuttavia consideriamo la possibilità di indirizzare ad un PIR importi anche assai ridotti, un investitore con un patrimonio mobiliare di centomila euro e un profilo di rischio non particolarmente prudente può già prendere in considerazione questa nuova possibilità.</p>
<p>Il secondo è appunto il vincolo temporale, per il quale il beneficio si perde se si disinveste anticipatamente. Anche questo inconveniente tuttavia non deve essere sopravvalutato: l’uscita anticipata infatti non produce null’altro che il pagamento di quelle imposte che si sarebbero comunque già pagate con altri strumenti.</p>
<p>È proprio l’ipotesi di uscire anticipatamente in caso si prevedano perdite a suscitare, tuttavia, qualche perplessità. I PIR infatti dovranno investire una buona parte del patrimonio in titoli caratterizzati da scarsa liquidità, con limiti di concentrazione per ciascun emittente un po’ blandi. Tali titoli sono ben più di altri soggetti a drammatiche perdite di controvalore in caso di circostanze sfavorevoli di mercato o specifiche vicende degli emittenti. La probabilità di uscire dal PIR con meno denaro di quello versato inizialmente appare nel complesso maggiore che per altre soluzioni di investimento.</p>
<p>L’inconveniente di maggior peso, da molti già messo in evidenza, è l’incidenza delle commissioni di gestione – e magari di performance – in rapporto al beneficio fiscale. La maggior parte dei prodotti finora presentati al pubblico preleverà dagli investimenti dei clienti commissioni di gestione comprese tra lo 1,20% e lo 1,50% annuo. Saranno presenti in molti casi anche pesanti commissioni di collocamento. Già questo può mangiarsi – rispetto all’investimento diretto o in ETF – tutto o quasi il vantaggio fiscale che si può calcolare con le ipotesi di rendimento più ragionevoli. Occorre ipotizzare rendimenti piuttosto elevati per ritrovare un vantaggio sensibile. All’opposto, in caso di annate con rendimenti negativi la probabilità di uscirne alla fine senza utili – e dunque senza beneficio fiscale – può arrivare a somigliare alla certezza.</p>
<p>E qui sta un punto cruciale: se la convenienza consiste in una detassazione degli utili è necessario non solo fare utili ma, come l’esperienza insegna, farli con elevata costanza. In sostanza ottenere pressoché ogni anno rendimenti positivi e sufficientemente ampi da assorbire abbondantemente i costi. La qualità della gestione in termini di contenimento della volatilità sarà importante ma nello stesso tempo difficile, dato il campo di investimento tutto sommato ristretto.</p>
<p>Riassumendo, statene certi, sarete raggiunti dall’offerta di qualche PIR. Bene, è una possibilità in più e non condividiamo la stroncatura in partenza che alcuni commentatori hanno fatto. Ma è necessario fare una vera ed approfondita analisi, più che mai un’analisi indipendente, sia delle proprie esigenze che della qualità del prodotto.</p>
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		<title>Investimenti prudenti, cosa significa oggi</title>
		<link>https://www.studiotirabassi.it/investimenti-prudenti-cosa-significa-oggi/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Diego_Admin]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 17 Feb 2017 11:41:57 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Consulente finanziario]]></category>
		<category><![CDATA[Consulente finanziario indipendente]]></category>
		<category><![CDATA[Consulente finanziario per privati]]></category>
		<category><![CDATA[Focus on]]></category>
		<category><![CDATA[ciclo di elevata inflazione]]></category>
		<category><![CDATA[gergo finanziario]]></category>
		<category><![CDATA[portafogli di investimento]]></category>
		<category><![CDATA[rendimento è garantito]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>“Ho sempre chiesto di fare investimenti poco rischiosi”. È piuttosto frequente che il nuovo Cliente si presenti dicendo questa frase o altre simili. Esprime così una aspirazione ben legittima e molto diffusa. Nello stesso tempo chiede però una analisi dei propri investimenti, evidentemente sospettando di non aver ottenuto, da banche e promotori, quanto desidera. Ovviamente non sempre l’analisi mostra rischi eccessivi. Magari rileva investimenti poco redditizi – perché i costi nascosti sono elevati – ma i rischi risultano contenuti. È però vero che oggi identificare le fonti di rischio è più difficile. Lo è perché l’intero sistema finanziario internazionale opera in condizioni diverse da quelle che hanno caratterizzato il lungo periodo dal dopoguerra alla crisi del 2008. Perciò i riferimenti che si sono consolidati nella percezione degli investitori non sono più ugualmente validi. Tra tutte le cose che sono cambiate, una è molto semplice: l’intero comparto obbligazionario – fuor di gergo finanziario, tutti i titoli di stato e tutte le obbligazioni – non può più essere considerato fonte di rendimenti sicuri, bassi magari, ma sicuri. Spinti da otto anni di acquisti da parte delle banche centrali, i prezzi delle obbligazioni hanno ulteriormente allungato un già pluridecennale e consistente trend al [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>“<em>Ho sempre chiesto di fare investimenti poco rischiosi</em>”. È piuttosto frequente che il nuovo Cliente si presenti dicendo questa frase o altre simili. Esprime così una aspirazione ben legittima e molto diffusa. Nello stesso tempo chiede però una analisi dei propri investimenti, evidentemente sospettando di non aver ottenuto, da banche e promotori, quanto desidera.</p>
<p>Ovviamente non sempre l’analisi mostra rischi eccessivi. Magari rileva investimenti poco redditizi – perché i costi nascosti sono elevati – ma i rischi risultano contenuti.</p>
<p>È però vero che oggi identificare le fonti di rischio è più difficile. Lo è perché l’intero sistema finanziario internazionale opera in condizioni diverse da quelle che hanno caratterizzato il lungo periodo dal dopoguerra alla crisi del 2008. Perciò i riferimenti che si sono consolidati nella percezione degli investitori non sono più ugualmente validi.</p>
<p>Tra tutte le cose che sono cambiate, una è molto semplice: l’intero comparto obbligazionario – fuor di gergo finanziario, tutti i titoli di stato e tutte le obbligazioni – non può più essere considerato fonte di rendimenti sicuri, bassi magari, ma sicuri.</p>
<p>Spinti da otto anni di acquisti da parte delle banche centrali, i prezzi delle obbligazioni hanno ulteriormente allungato un già pluridecennale e consistente trend al rialzo, giungendo a livelli eccezionali. E manifestano ora segnali non trascurabili di possibile inversione di tendenza.</p>
<p>Valga ad esempio il grafico che segue: rappresenta l’andamento del future sul titolo di stato decennale USA dall’82 ad oggi (per una lettura più chiara lo possiamo inviare per e-mail a chi ne faccia richiesta).</p>
<p><img decoding="async" class="size-medium wp-image-18551 aligncenter" src="https://www.studiotirabassi.it/wp-content/uploads/Treasury-future-storico-r-300x101.jpg" alt="" width="300" height="101" srcset="https://www.studiotirabassi.it/wp-content/uploads/Treasury-future-storico-r-300x101.jpg 300w, https://www.studiotirabassi.it/wp-content/uploads/Treasury-future-storico-r-1024x345.jpg 1024w, https://www.studiotirabassi.it/wp-content/uploads/Treasury-future-storico-r.jpg 1844w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></p>
<p>Si può vedere sia il forte rialzo complessivo, sia come i massimi del 2012 non siano stati più superati (ampio doppio massimo), sia come l’indice sia tornato presso le medie mobili decennali, in una situazione che almeno in un caso passato si è sviluppata in un crollo. Ovviamente non è la sola analisi tecnica a far pensare: lo è anche la politica della Fed e tutto il contesto che la circonda.</p>
<p>Non si può rispondere a queste considerazioni dicendo semplicemente “<em>se tengo i titoli fino a scadenza il rendimento è garantito</em>”. Potrebbe infatti essere necessario vendere prima, o perché i soldi servono o perché l’emittente inizia a far paura …</p>
<p>Né “<em>ho sottoscritto una gestione separata, i rendimenti positivi sono assicurati</em>”. Anche senza ipotizzare che una grave crisi dei prezzi delle obbligazioni metta a repentaglio la solvibilità delle gestioni separate, un ciclo di calo dei prezzi obbligazionari è verosimilmente un ciclo di elevata inflazione e il valore reale degli investimenti ne risentirebbe parecchio.</p>
<p>È l’inflazione infatti la seconda importante novità del momento. È presto per dire se il suo ritorno – negli USA è da poco balzata ben oltre il target del 2% &#8211; sarà confermato da ulteriori rilevazioni e diverrà un dato stabile, ma l’ipotesi non è peregrina.</p>
<p>Trend calante dei prezzi e inflazione elevata sono nemici di tutti quei portafogli di investimento dove i titoli obbligazionari costituiscono la parte preponderante: i portafogli prudenti, appunto. Il fatto che siano detenuti indirettamente, ad esempio per il tramite di fondi e polizze, potrebbe importare ben poco o essere addirittura controproducente.</p>
<p>È necessario perciò, anche agli investitori prudenti, un approccio attivo nella gestione. E sarà opportuno prendere in considerazione l’utilizzo controllato di classi di attivo che chi è avverso al rischio finora non ha frequentato.</p>
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