Sotto zero

13 Settembre 2009 Il rendimento dei Bot trimestrali determinato dall’ultima asta, al netto della ritenuta fiscale e delle commissioni, per il risparmiatore privato risulta addirittura negativo.

Molti risparmiatori affidano da tempo ai titoli dello Stato Italiano a breve termine i propri risparmi. Analizzando i rendimenti passati ottenuti da molti e molto diversi portafogli reali, si può affermare che chi ha fatto questa scelta se non altro ha conservato i propri soldi. Altri invece sono stati spesso impoveriti, o per aver dato fiducia a prodotti capestro o per aver investito, senza una seria preparazione, nei mercati azionari e nei bond ad alto rendimento. Insomma, i "bot people" sono risparmiatori più avveduti della media ed è comprensibile che oggi provino un senso di frustrazione.

In termini di rendimenti reali, tuttavia, negli ultimi dieci anni i Bot hanno fatto molto spesso il proprio mestiere, che è – e dovrebbe essere – quello di coprire l’inflazione. Lo mostra anche uno studio recente, pubblicato su Il Sole 24 Ore lo scorso 5 Settembre e riferito ai titoli annuali. Lo stesso studio ci lascia però un avvertimento: al termine di una discesa dell’inflazione, la ripresa dei prezzi può anticipare, e di un bel pezzo, la ripresa dei rendimenti dei titoli a breve. E’ avvenuto tra la fine del 2002 e la fine del 2005.

Occorre mettere in rilievo che, rispetto a quel periodo, la situazione oggi è anche più complicata. Bot e inflazione sono entrambi sotto zero. E non si tratta della prima gelata autunnale, ma di una dura gelata invernale. Tutto è cominciato con il repentino cambio di umore riguardo al valore di tante asset backed securities, che fino ai primi del 2007 hanno costruito e moltiplicato la ricchezza e la potenza del sistema delle grandi banche internazionali. Il terrore per l’improvvisa svalutazione degli attivi ha dapprima portato sotto zero i risultati trimestrali delle stesse banche. E se una banca che dichiara attivi pari a quaranta o cinquanta volte i mezzi propri comincia a perdere, c’è poco da stare allegri. Il gelo si è così esteso alle quotazioni azionarie, delle banche in primis ma quasi contemporaneamente a tutti i listini. Si è allargato poi ai valori degli accantonamenti dei piani previdenziali privati, ai consumi privati della locomotiva USA e di tutto il mondo occidentale, alla produzione industriale ed al prodotto lordo ed infine all’occupazione.

Questo gelo potrebbe durare ancora un pezzo. Ma la prospettiva peggiore è che possa resistere anche in presenza di una risalita dell’inflazione.

Le autorità monetarie, infatti, hanno reagito alla crisi abbassando i tassi ed inondando i mercati finanziari di liquidità. Nessuno ha dubbi che ciò minacci di trasformarsi in futuro in una esplosione dell’inflazione. Per questo si sta parlando di "exit strategy", che significa anche drenare la liquidità in eccesso. E si sta discutendo dei tempi di applicazione di questa strategia, così da non soffocare la ripresa da un lato e non farsi sfuggire la dinamica dei prezzi dall’altro.

Questa capacità di controllo della situazione è però minacciata da due fattori. Il primo è che l’inflazione potrebbe avere cause esogene rispetto alla circolazione di moneta. Potrebbe accendersi per una impennata delle materie prime dovuta a motivi geopolitici, ad esempio. Potrebbe anche derivare dal mancato coordinamento delle politiche economiche, specie di quelle dei Paesi Emergenti.

Il secondo fattore è tutto interno alla stessa politica di liquidità delle banche centrali. Il bilancio della Fed, ad esempio, dall’estate del 2008 ad oggi è raddoppiato. La banca centrale USA ha fornito un’enorme quantità di liquidità al mercato acquistando "titoli tossici" dalle banche. Drenare liquidità significa anche rivendere questi titoli, per riassorbire il denaro, il che è facile da enunciare ma potrebbe risultare assai difficile da fare. Più di metà degli attivi della Fed è costituito oggi da titoli rischiosi e due terzi di questi titoli spunterebbero oggi prezzi assai bassi. C’è da augurarsi che le altre banche centrali siano in una situazione migliore. E che la exit strategy più opportuna sia anche un’exit strategy possibile, anche se ciò è difficile da contemperare con una ripresa economica vicina e sostenuta.

Per l’investitore privato le prospettive di inflazione divengono forse più importanti che in passato, il timing per le scelte di investimento più decisivo e le risposte alle domande che contano più difficili da trovare.