Il vero valore degli impieghi
28 Luglio 2009 - La maggiore banca tedesca, Deutsche Bank, comunica un risultato trimestrale superiore alle attese degli analisti, ma il titolo cede in borsa circa il dieci per cento. L’esame dei dati mostra infatti che l’utile – 1,09 miliardi d’Euro - poggia prevalentemente sull’attività di trading.
Lo stesso è avvenuto in quest’ultimo trimestre per altri grandi player mondiali, Goldman Sachs, JP Morgan Chase e Credit Suisse, mostrando come la normalizzazione dei mercati finanziari ottenuta dalle banche centrali – al prezzo di iniezioni di liquidità assai costose per i presenti e futuri bilanci pubblici – abbia fatto tornare profittevole quell’attività speculativa che è stata indicata tra le principali cause della crisi. Ricordiamo tutti come anche le banche d’affari USA si fossero messe in fila per diventare banche "retail", in un clima generale di disapprovazione per la finanza fine a se stessa e di richiami all’economia reale.
Quanto all’economia reale, Deutsche Bank comunica di aver accantonato un miliardo di Euro – contro i 634 milioni stimati dagli analisti – per fare fronte ai rischi sui prestiti. Le previsioni, dicono, consigliano di attrezzarsi bene. Sono in perdita, inoltre, non solo l’asset managment ma anche il settore retail e l’attività commerciale.
Il contesto è quello di un istituto complessivamente sano, che ha attraversato la crisi senza aiuti governativi. Si tratta dunque di dati significativi per l’interpretazione dello stato dell’economia e del ruolo dei suoi attori.
Si può dire che resta aperto l’interrogativo sulla capacità degli interventi finora varati di raggiungere aziende e famiglie. Il sistema finanziario è stato preservato da un collasso e non si può negare che questo fosse necessario. E’ però giustificato il timore che le banche preferiscano affidarsi ancora alle vecchie pratiche piuttosto che farsi carico del difficile compito del sostegno all’economia reale.
Difficile compito, certo, perché il contesto è critico e il denaro a disposizione è comunque assai meno. Tanto per restare alla nostra banca tedesca, la leva finanziaria, in sintesi il totale delle attività rispetto ai mezzi propri, è passata in un anno da 38 a 24. Il "deleveraging" è nello stesso tempo causa ed effetto della crisi economica. Ma l’inatteso peggioramento della qualità degli impieghi, testimoniato dagli eccezionali accantonamenti, pone questioni sulle fondamenta del sistema complessivo banca-impresa.
Fino a quando le banche non potranno mostrare di aver impiegato la sostanza delle proprie risorse e del proprio sforzo in attività economiche con prospettive sostenibili nel medio e lungo termine, la crisi non potrà dirsi terminata. Questo richiede un lavoro approfondito, una seria collaborazione tra imprese e banche, una progettazione coraggiosa e ferma, ed un chiaro indirizzo pubblico. Che valgano per i grandi e per i piccoli. Scelte dolorose magari sì, ma convincenti.
Invece assistiamo ancora al salvataggio di realtà prevalentemente finanziarie il cui unico merito è quello di essere molto intrecciate al sistema. Mentre a molte imprese vere, magari piccole, vengono revocati fidi con una rapidità ed una irrazionalità che lasciano perplessi.
Agli investitori azionari l’intreccio di utili brillanti e di cattiva qualità degli impieghi non è piacciuto. Non si può dar loro torto.




