Rischio Italia?

7 Marzo 2009 – Nel corso della scorsa settimana si sono infittite le voci riguardo ai pericoli che sarebbero insiti nel debito pubblico italiano. In un quadro di maggiore tensione dei mercati rispetto alla settimana precedente, i titoli benchmark (statunitensi e tedeschi) hanno registrato una domanda crescente e una discesa dei rendimenti, per la verità non particolarmente pronunciata. E sul finire della settimana anche il nostro debito governativo è salito un poco di prezzo.

C’è o non c’è un rischio Italia? Premessa l’ovvietà che sottorscrivere il debito di qualsiasi Stato comporta sempre un rischio, seppur minimo, vediamo di entrare un poco nel merito.

L’occasione e l’aiuto ci sono dati dalle dichiarazioni di Alexander Kockerbeck, analista di Moody's responsabile del rating italiano, che citiamo da Il Sole 24 Ore. I rating assegnati dalle principali agenzie sono apparsi spesso incongrui, ma le considerazioni espresse appaiono sensate.

Kockerbeck ritiene "sopravvalutato il rischio Paese per l’Italia" in quanto la situazione "è ancora lontana da quanto abbiamo visto negli anni '90 quando il costo del rifinanziamento era molto più alto con un debito anche più elevato che rappresentava veramente un grande rischio". Il mercato dei titoli di Stato, e quindi dei Cds (i credit default swaps che coprono il rischio di default), "è molto nervoso e sta esagerando nella direzione opposta" dopo aver "quasi cancellato gli spread" sul debito dei diversi Governi europei "nel periodo antecedente alla crisi".
Questi indicatori di mercato, come gli spread dei titoli di Stato e i Cds e, in generale tutti i rating impliciti di mercato "si muovono - dice Kockerbeck - in modo molto più volatile dei nostri rating. È importante fare questa differenza perchè prima della crisi, nel periodo fra il 2003 e il 2008, questi indicatori erano molto più favorevoli dei nostri rating. Adesso è il contrario perchè il mercato è dominato da una grande avversione al rischio".

"Per molto tempo dopo l'avvio dell'euro - continua l'analista - si è ripetuto spesso che i mercati avevano perso la capacità di sanzionare i Governi. In una situazione di grande convergenza, tutti hanno investito sui titoli di Stato soprattutto quando i rendimenti erano un pò più elevati, e gli spread si sono appiattiti". A quel punto, "in qualche caso lo spread non rispecchiava più la diversa qualità del credito" a livello di singolo Paese, ma "ora si sta esagerando nella direzione opposta".
"È chiaro - continua Kockerbeck - che per diversi Paesi adesso il costo di rifinanziamento del debito è più elevato vista la situazione di mercato, ma non bisogna dimenticare che anche il benchmark su cui si misurano gli spread è molto basso". Il costo finale di questa situazione sul debito pubblico italiano "resta contenuto soprattutto quando si fa un confronto con quanto abbiamo visto negli anni '90, quando i tassi di interesse erano più elevati e il Paese aveva problemi di inflazione e di valuta. Quello che vediamo ora non è ancora drammatico, ma comporta comunque un costo più elevato".
Infine, c'è da osservare, secondo Kockerbeck, che "la vita media del debito pubblico italiano si è allungata per cui l'impatto di questo maggiore costo di rifinanziamento sul costo generale del debito non avviene immediatamente". È anche chiaro che in molti Paesi europei, sottolinea Kockerbeck, "c'è un grande fabbisogno di finanziamento proprio adesso nel 2009 e questo aumenta le tensioni". "Stiamo vedendo - conclude l'analista - condizioni di mercato estremo, tensioni molto forti e, dal punto di vista dei comportamenti, una fortissima avversione al rischio e un'inversione totale di quanto abbiamo visto prima della crisi. La verità starebbe nel mezzo, ma in questa situazione di mercato è difficile trovarla".

Per parte nostra aggiungiamo che il fabbisogno di finanziamento per ora si è manifestato soprattutto nei paesi anglosassoni. Non si può escludere che il ciclo economico nei prossimi mesi penalizzi maggiormente l’Italia, riducendo gli introiti da imposte e richiedendo maggori sussidi. Tuttavia, allo stato attuale, la dinamica di crescita del debito pubblico italiano non si discosta molto da quella degli anni scorsi mentre altrove si assiste ad una vera e propria esplosione del rapporto deficit/pil in quanto il forte indebitamento dei privati – ieri motore dei consumi ed oggi non più spendibile sul mercato – deve essere sostituito con debito pubblico.

Le risposte sul valore dei nostri Btp paiono risiedere in buona parte nella capacità di reazione della nostra economia reale ed è probabile che occorrerà un po’ di tempo per valutare seriamente il merito di credito dell’Italia come degli altri Stati.