Economia e mercati nel quarto trimestre
5 Gennaio 2010 - Nel quarto trimestre del 2009 i trend dei mercati finanziari si sono fatti più incerti. Ma la chiave di lettura probabilmente non è nei grafici.
L’azionario non ha subito correzioni importanti ma ha rallentato la corsa. Le quotazioni dell’obbligazionario in Europa si sono stabilizzate e negli Stati Uniti hanno registrato un saldo negativo ed una maggiore volatilità.
Lo spartiacque, per l’obbligazionario USA, è stato segnato ai primi di Dicembre dalla netta ripresa delle quotazioni del Dollaro, che ha determinato anche un calo dell’oro.
Si è dunque interrotta quella relazione tra debolezza del biglietto verde e ripresa dell’azionario che si manifestava da Marzo. La correlazione diretta tra forza del Dollaro e forza dell’equity è stata interpretata come segnale di ripresa dell’economia statunitense e del ciclo economico in generale. Un’ipotesi che trova qualche riscontro in chiave congiunturale. Tuttavia per attribuirle un valore di più ampio respiro manca, nei dati dell’economia reale, una convincente conferma.
Il prodotto interno lordo ha ripreso un forte ritmo di crescita nei Paesi Emergenti mentre nelle economie più mature la ripresa a V riguarda forse le quotazioni delle attività finanziarie ma non certo l’economia produttiva.
Il grafico che segue mostra l’andamento del PIL degli Stati Uniti, suddiviso nelle sue componenti, a partire dal primo trimestre del 2007 fino al terzo trimestre del 2009, l’ultimo disponibile.

Le rilevazioni – che sono in termini nominali – mostrano una ripresa ancora debole quantitativamente e qualitativamente. Soltanto nel terzo trimestre 2009 si assiste infatti ad un timido rimbalzo ed anche
i dati parziali più recenti, pur positivi, non mutano di molto il quadro. I consumi privati sono stati aiutati da forti incentivi, peraltro oggi in buona parte scaduti, ma dopo aver perso il 2,3% sono risaliti lo 1,4%. Il PIL è sostenuto soprattutto dalla crescente spesa pubblica e riprende a salire il deficit commerciale. Sono crollati invece gli investimenti, senza accenno di inversione.
Gli enormi sforzi messi in campo dal governo – che ha aumentato del cinquanta per cento circa il debito pubblico – e dalla Federal Reserve – che ha triplicato i finanziamenti al sistema, a tassi quasi nulli e contro garanzie assai scarse – sono iniziati ormai due anni fa. Hanno arrestato il crollo ma verosimilmente non potranno continuare in questo modo. L’economia reale dovrà gradualmente far conto sulle sole proprie forze. Investimenti e consumi incontreranno inoltre la formidabile concorrenza delle prossime emissioni di titoli di stato, di ammontare straordinariamente elevato, e il drenaggio di liquidità che la banca centrale dovrà pur iniziare a fare.
Ci siamo soffermati sugli Stati Uniti ma consederazioni simili potrebbero essere fatte per l’Europa dove, anzi, i segnali congiunturali di ripresa dell’attività economica sono anche più pallidi. La questione anche qui è quella della produzione industriale, in forte crisi di domanda. Il grafico che segue, che si riferisce all’area Euro (elaborazione de Il Sole 24 Ore su dati Eurostat, Commissione Europea, Economist e BCE), può dare un metro delle proporzioni del problema.

Come si vede, la perdita dai massimi è dell’ordine di grandezza del venti per cento. E’ vero che negli ultimi giorni alcuni indici dell’attività manifatturiera hanno fornito dati positivi. Si tratta tuttavia non di dati a consuntivo ma di elaborazioni delle opinioni dei manager. In attesa di conferme rileviamo che avremmo comunque risalito non più di un terzo della china discesa.
La crisi dell’industria si è trasformata in crisi dell’occupazione e l’occupazione, per ora, reagisce anche meno della produzione, lasciando tutti i dubbi sulla forza della domanda futura. Soltanto i Paesi Emergenti reggono l’urto della crisi ed è sopratttutto alla domanda che può provenire da questi che occorrerà guardare nei prossimi anni. In ogni caso il tenore di vita – consumi e spesa pubblica – dovrà per forza adeguarsi prima o poi alle possibilità del portafoglio – i ricavi della produzione –.
Il tema delle finanze statali dei vari Paesi, tuttavia, rischia di rubare la scena a quello della ripresa economica. Nel trimestre appena concluso due notizie hanno avuto grande rilievo: la crisi finanziaria di Dubai ed il downgrade del debito pubblico della Grecia.
Osserviamo però anche ad altri fatti. I C.D.S. sul debito sovrano hanno ricominciato a salire, seppure in modo non drammatico, per molti Paesi. Sono stati avanzati dubbi sulla tenuta del rating tripla A di Gran Bretagna e Stati Uniti. In ogni caso, in chiusura del trimestre i rendimenti si registrano in crescita in tutto il mondo ed il decennale statunitense paga ormai soltanto tre decimi di meno di quello italiano mentre quello britannico è giunto a pagare lo stesso tasso, per poi attestarsi poco sotto.
Nonostante tutto, sui mercati azionari il trend molto positivo è proseguito, seppure con maggiore lentezza. Il saldo per l’indice MSCI AC World, in Euro, è di un progresso complessivo del 6 per cento. In Ottobre le trimestrali hanno esposto in molti casi dati positivi ma le banche li devono soprattutto al trading mentre il settore industriale li deve soprattutto al taglio dei costi.
Invece gli investimenti obbligazionari non hanno generato in questo trimestre, nel loro complesso, risultati positivi. Per i titoli governativi si è fatta sentire sul finale dell’anno la richiesta di rendimenti più elevati. Il debito pubblico statunitense ha raggiunto, a metà Novembre, l’ottanta per cento del PIL ed è destinato a crescere. Da segnalare anche l’approvazione, alla vigilia di Natale, della riforma sanitaria voluta dall’amministrazione Obama. Benchè imperniata sulle assicurazioni private, costituisce un cambiamento significativo nei valori guida e nel baricentro del sistema economico del Paese.
La Federal Reserve e la BCE non hanno ritoccato i tassi né prevedono di farlo a breve. Tuttavia si inizia a parlare di "exit strategy" rispetto alle forti iniezioni di liquidità. La Banca Centrale del Giappone, invece, pare cambiare rotta su pressione del nuovo governo e ad inizio Dicembre ha iniettato nel sistema l’equivalente di circa 80 miliardi di Euro contro un amplissimo ventaglio di garanzie. In controtendenza la banca centrale australiana, al terzo rialzo di un quarto di punto.
Nell’area Euro cresce il premio per il rischio richiesto per i Paesi "periferici". L’occasione consiste nel downgrade del debito sovrano greco, da A- a BBB+, attuato per prima da Fitch verso meta Dicembre. Soffre appena anche il prezzo del debito italiano, che tuttavia conserva rating ed outlook invariati. Rimane positivo invece il rendimento delle obbligazioni corporate, comunque anch’esso in termini più contenuti rispetto al periodo precedente.
Nel trimestre risultano decisamente positive in genere le materie prime. Il petrolio chiude a quasi 80 dollari al barile. L’oro nei primi due mesi accelera la sua corsa, raggiungendo 1217 dollari l’oncia. In coincidenza con la ripresa del biglietto verde ripiega, chiudendo a 1096 dollari l’oncia.
Il Dollaro USA ha proseguito con regolarità il trend di svalutazione rispetto all’Euro fino al 3 Dicembre. Ha poi registrato una brusca e netta inversione di tendenza, chiudendo il trimestre a 1,43.




